portare la ricerca sul mercato richiede piu di una buona invenzione

Tra titolarità, contratti, riservatezza e brevetti si gioca la possibilità di trasformare un risultato scientifico in un’opportunità industriale.

Immagina la scena: un laboratorio universitario, un gruppo di ricerca che dopo due anni di lavoro arriva a un risultato con un potenziale industriale chiaro. Un'azienda si fa avanti, vuole capire se quella tecnologia può diventare un prodotto. Sembra l'inizio di una storia di successo fino a quando qualcuno pone la domanda che blocca tutto: di chi è questa invenzione? Chi può brevettarla, chi può negoziarla, chi decide se diventerà un prodotto o resterà chiusa in una pubblicazione accademica?

Fino a poco tempo fa in Italia la risposta sembrava semplice poiché vigeva il cosiddetto Professor's Privilege: un principio in base al quale i diritti economici sull'invenzione spettavano al ricercatore, non all'università. L'idea era premiare la creatività individuale e sulla carta aveva una sua logica. Il problema è che un ricercatore, per quanto brillante, quasi mai dispone delle risorse per brevettare un'invenzione, difenderla legalmente e negoziarne lo sfruttamento con un'impresa. Succedeva quindi qualcosa di prevedibile: molte scoperte restavano sulla carta, pubblicate e citate, ma mai tradotte in qualcosa che arrivasse sul mercato. L'Italia era rimasta, insieme alla Svezia, l'ultimo Paese europeo a mantenere questo modello: la Danimarca, la Germania, l'Austria, la Finlandia e la Norvegia lo avevano già abbandonato nei quindici anni precedenti.

Per superare questo stallo, la legge n. 102 del 24 luglio 2023 ha riscritto l'articolo 65 del Codice della proprietà industriale abolendo il Professor's Privilege e trasferendo la titolarità delle invenzioni alla struttura di appartenenza del ricercatore: università, enti pubblici di ricerca, IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico). Al ricercatore resta il diritto di essere riconosciuto come inventore, mentre la gestione dei diritti economici passa all'istituzione. 

In teoria questo dovrebbe sbloccare il percorso: l'università ha le risorse e l'interesse istituzionale per brevettare, negoziare licenze, costruire rapporti con le imprese.
In teoria. Perché nella pratica, cambiare la titolarità formale non risolve nessuno dei passaggi che vengono dopo e questi sono proprio quelli che determinano davvero se un'invenzione genererà valore concreto o si disperderà.


Il momento in cui un’invenzione può perdere valore

Il primo nodo si presenta spesso prima ancora che qualcuno pensi a un brevetto e ha a che fare con qualcosa di apparentemente banale, ossia la riservatezza. Per comprendere il punto torniamo al nostro laboratorio: il ricercatore ha tra le mani un risultato forte e fa quello che un ricercatore fa naturalmente, ne parla. Lo presenta a un congresso, lo anticipa in un abstract, lo condivide con un'azienda interessata durante un incontro esplorativo. Nessun accordo di non divulgazione firmato, nessuna procedura formale attivata. Può sembrare un dettaglio insignificante, ma non lo è: una volta comunicato pubblicamente, quel risultato perde il requisito della novità e senza novità non c'è possibilità di realizzare un brevetto.
Le occasioni per commettere questo errore sono molte più di quanto si pensi, a fronte di possibilità di brevettare che sono già esigue. 

Secondo uno studio EPO (European Patent Office) sulle università europee, quasi due terzi degli atenei considerati hanno presentato in media meno di una domanda di brevetto all'anno nel periodo 2000-2020. Perdere anche solo una possibilità a causa di una divulgazione prematura ha un costo che non si recupera. Per tale ragione, oggi, le università più strutturate impongono procedure di invention disclosure dove il ricercatore segnala formalmente il risultato alla propria struttura prima di comunicarlo a chiunque. 
Chi non ha ancora un sistema interno per gestire questo passaggio rischia di disperdere opportunità senza averne consapevolezza.

Supponiamo però che la riservatezza sia gestita bene e che la novità sia intatta; università e impresa si siedono finalmente a un tavolo per collaborare ed è a questo punto che si apre la seconda criticità, spesso la più insidiosa perché tutto dipende da come è scritto il contratto.

Le linee guida adottate il 26 settembre 2023 con decreto interministeriale MIMIT-MUR stabiliscono criteri per orientare la negoziazione in funzione della tipologia di ricerca e degli interessi coinvolti. In concreto significa che non esiste un modello unico: un conto è un servizio tecnico su commissione dove la titolarità dei risultati tende a essere regolata in favore del committente, anche se molto dipende dalla struttura specifica dell'accordo; un altro è una ricerca congiunta dove entrambe le parti contribuiscono e i risultati vanno ripartiti; un altro ancora è lo sviluppo precompetitivo dove si esplora un territorio nuovo senza certezza di risultato. 
Al variare della tipologia cambia tutto: chi possiede i risultati, chi può pubblicare, chi può concedere la tecnologia a terzi. 
Usare contratti generici in questo contesto non è solo un rischio legale, ma è il modo più rapido per erodere la fiducia tra ricerca e impresa e questa resta la risorsa più scarsa dell'intero sistema.


Dalla tutela giuridica alla strategia di mercato

Purtroppo nemmeno un contratto ben scritto chiude il cerchio perché rimane poi una scelta che molti sottovalutano: brevettare non è sempre la decisione giusta. 
A volte la tutela più efficace è il segreto industriale; altre volte serve una combinazione con un brevetto per il nucleo tecnologico e il segreto per il know-how di processo, clausole contrattuali per la gestione dei dati. 
A monte servono ricerche di anteriorità per verificare che l'invenzione sia effettivamente nuova; a valle, se si sceglie il brevetto, una strategia di deposito che tenga conto dei mercati di riferimento.
Dunque non è sufficiente l’atto di depositare: serve una strategia che tenga insieme tutela, posizionamento e prospettive di mercato.

Chi pensa che si tratti di un problema di nicchia dovrebbe guardare i numeri. Il Report attività brevettuali 2025 del MIMIT registra 11.996 domande di brevetto per invenzione industriale, con un incremento del 18,2% rispetto al 2024. Il contributo di università ed enti di ricerca ha raggiunto le 594 domande, in crescita del 20,7% rispetto al 2024. I dati segnano una crescita netta e anche il contributo di università ed enti di ricerca è in aumento; nonostante ciò, l'European Innovation Scoreboard 2025 pubblicato il 15 luglio scorso, classifica ancora l'Italia come Moderate Innovator con un indice d’innovazione pari al 93% della media dell'Unione Europea, dove il valore 100% rappresenta la media europea complessiva. Ciò significa che l'Italia è al di sotto della media ma relativamente vicina ad essa e che il sistema scientifico italiano produce risultati, ciò che manca è la capacità di trasformarli sistematicamente in asset protetti e utilizzabili sul piano industriale. 

Che il problema sia ormai riconosciuto a livello istituzionale lo conferma l'agenda politica stessa. L'8 aprile 2026 il MIMIT e il MUR hanno aperto una consultazione pubblica sull'Atto di indirizzo strategico 2026-2028 in materia di valorizzazione delle conoscenze e trasferimento tecnologico, con termine il 7 maggio. Il punto di partenza dichiarato è proprio la difficoltà strutturale di trasformare l'elevata qualità della ricerca scientifica in innovazione diffusa e crescita economica. Non è più solo una questione accademica, ma una vera priorità di sistema. Eppure le riforme e le strategie nazionali fissano solo il perimetro; a fare la differenza, dentro quel perimetro, è la capacità di prendere decisioni precise al momento giusto. Ciò comprende il contratto negoziato prima che i rapporti di forza si cristallizzino; il brevetto depositato prima che la novità si perda; la scelta consapevole di cosa proteggere, come e dove; la valutazione che assegna un prezzo credibile a un bene che non si può toccare.

La proprietà industriale non entra in gioco alla fine del percorso ma molto prima: nelle scelte che determinano se un risultato resterà sulla carta o diventerà davvero un’opportunità. È su queste scelte che lavoriamo ogni giorno affiancando università, start-up, centri di ricerca e imprese nei passaggi in cui tutela, strategia e mercato devono trovare un equilibrio concreto. La nostra esperienza nasce proprio in questo contesto e si accompagna da anni a un impegno costante nella formazione e nella diffusione della cultura della proprietà industriale.


Se vuoi capire come affrontare queste decisioni nel modo giusto, parliamone.

Data

28/04/2026

Categoria

notizia

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