
Un marchio che arriva a cinquant’anni porta con sé molto più di una lunga presenza sul mercato. In mezzo secolo può avere attraversato passaggi di proprietà, crisi di settore, ricambi generazionali, cambiamenti profondi nel packaging e trasformazioni radicali dei canali di vendita. In molti casi può essersi spinto in mercati così lontani dal luogo d’origine da dover attribuire al proprio nome un significato nuovo, comprensibile anche a consumatori che non condividono né la lingua, né la cultura di chi quel prodotto lo ha inventato.
Eppure fino a pochi anni fa tutta questa sopravvivenza non disponeva di un riconoscimento pubblico specificamente riferito alla storicità del marchio e ai requisiti previsti dalla disciplina sulla proprietà industriale. Il Marchio storico di interesse nazionale (sito web ufficiale: https://marchistorici.com/) nasce proprio per colmare questo vuoto e non lo fa come premio alla memoria o come omaggio simbolico alla longevità, ma come strumento concreto con cui una continuità d’uso viene documentata, iscritta in un registro pubblico e resa spendibile nelle strategie di tutela e di comunicazione dell’impresa.
Un precedente approfondimento di Innova&Partners (L'Italia dei Marchi Storici: un patrimonio di eccellenza che continua a crescere) aveva raccontato la crescita del Registro nel 2024 quando i marchi iscritti erano stati 778, le imprese titolari 584 e il peso economico delle "4A" del Made in Italy veniva già stimato in 62,4 miliardi di euro, restituendo l'immagine di un fenomeno in espansione legato soprattutto alle imprese che avevano cominciato a comprendere il valore del proprio passato come elemento distintivo sul mercato.
A poco più di un anno di distanza, il superamento della soglia dei mille marchi cambia la scala di quel fenomeno e ne consente una lettura più industriale che celebrativa.
Oggi il Registro non appare più come un club ristretto di nomi celebri, ma come una mappa ormai ampia del tessuto produttivo italiano; i dati presentati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy il 15 aprile 2026 lo confermano con una chiarezza che lascia poco spazio alle interpretazioni: i mille Marchi storici fanno capo a 780 imprese, muovono un volume d'affari complessivo di 93,6 miliardi di euro, coinvolgono 363.201 addetti e vedono la Lombardia raccogliere il 28,3% delle iscrizioni mentre le quattro grandi filiere (4A: agroalimentare, automazione, abbigliamento e arredo) coprono insieme 76,1 miliardi, pari all'81,3% del valore economico complessivo rilevato.
Per comprendere cosa significhi davvero questo riconoscimento bisogna fare un passo indietro e guardare alla sua architettura giuridica; questa è meno scontata di quanto possa sembrare a prima vista.
L’istituto è stato introdotto nel 2019 all’interno del Codice della proprietà industriale e consente l’iscrizione ai titolari o ai licenziatari esclusivi di marchi registrati da almeno cinquant’anni, oppure di marchi per i quali sia possibile dimostrare un uso continuativo altrettanto lungo, sempre a condizione che il segno sia collegato a prodotti o servizi di un’impresa produttiva nazionale di eccellenza con un radicamento storico nel territorio italiano. La gestione è in capo all'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), il quale riceve le domande e decide sull'iscrizione. Il marchio storico aggiunge una certificazione pubblica di durata e radicamento senza però creare un diritto autonomo, il che significa che chi lo ottiene non riceve, per il solo fatto dell’iscrizione, una protezione autonoma contro imitazioni o contraffazioni, tutela che continua a dipendere dagli strumenti consueti della proprietà industriale come registrazioni, rinnovi, sorveglianza, opposizioni, azioni legali e accordi di licenza. Un'impresa può dunque iscriversi al Registro e utilizzare il logo "Marchio storico di interesse nazionale" su confezioni e materiali promozionali, ma deve comunque occuparsi dello stato effettivo del proprio portafoglio marchi con la stessa cura di prima, se non maggiore, poiché un segno riconosciuto pubblicamente come storico attira inevitabilmente più attenzione, anche da parte di chi potrebbe volerne approfittare.
La storicità, in altre parole, racconta il valore del brand e lo rende più visibile agli occhi del pubblico e delle istituzioni, ma non sostituisce in alcun modo il lavoro tecnico necessario a difenderlo, anzi lo rende più urgente proprio perché quella visibilità accresciuta espone il segno a rischi nuovi.
Dal 16 aprile 2020 le domande si presentano all’UIBM per via telematica con il pagamento del bollo previsto pari a 16 euro e, per i marchi registrati, l’istruttoria verifica anzitutto l’anzianità della registrazione e la continuità dei rinnovi, insieme agli altri requisiti richiesti dalla disciplina, con una decisione che arriva entro sessanta giorni.
Per i marchi fondati sulla prova dell’uso continuativo, invece, l’esame può durare fino a centottanta giorni perché richiede riscontri concreti della presenza del segno sul mercato nell’arco di mezzo secolo; sarà quindi fondamentale presentare vecchie confezioni, cataloghi, materiale pubblicitario, fotografie, fatture e documenti d’archivio. Nel caso di documentazione lacunosa, l’UIBM può richiedere integrazioni assegnando un termine non superiore a venti giorni.
Durante questo percorso di raccolta delle prove storiche, molte aziende scoprono di possedere una storia molto più ricca della documentazione che sono abituate a gestire nel lavoro quotidiano e il fatto stesso di dover riaprire gli archivi, ricostruire passaggi societari, chiarire licenze dimenticate e recuperare materiali dispersi, costringe l'organizzazione a prendere coscienza di un patrimonio immateriale che diventa un asset utilizzabile ben oltre i confini dell'iscrizione, spendibile nelle trattative commerciali, nelle operazioni societarie e nella comunicazione di lungo periodo.
Ottenere il riconoscimento è solo il primo passo di un percorso che richiede scelte precise su come e dove spendere quella storicità certificata. Il rapporto 2026 indica che il 70% delle imprese integra già il logo nei materiali istituzionali e il 46% lo mette direttamente sulle confezioni, numeri che raccontano un utilizzo diffuso ma anche un margine ampio di crescita nella capacità di trasformare l'iscrizione in una leva operativa, soprattutto quando si guarda ai mercati internazionali dove la dicitura italiana può non risultare immediatamente comprensibile ad acquirenti, distributori e consumatori privi di familiarità con il nostro sistema istituzionale.
Proprio per rispondere a questo limite, nel marzo 2025 il MIMIT ha presentato l’ “Italian Historical Trademark”, versione in lingua inglese del riconoscimento italiano pensata esplicitamente per rendere il marchio storico leggibile e spendibile al di fuori dei confini nazionali.
La nuova declinazione è stata formalizzata con il decreto ministeriale del 28 febbraio 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 17 aprile, il quale modifica il decreto 10 gennaio 2020 sulla disciplina del Marchio storico di interesse nazionale in un contesto dove i prodotti italiani si confrontano quotidianamente con imitazioni, richiami geografici ambigui e un insieme di pratiche di Italian sounding che evocano l’Italia senza un effettivo legame produttivo coerente con l’italianità richiamata.
Chiariamo: il marchio storico non risolve da solo questo problema perché nessun singolo strumento può farlo, ma contribuisce a separare chi può documentare una continuità d’uso riconosciuta in un registro pubblico da chi si limita a sfruttare l’immaginario tricolore. E per diventare davvero efficace, il logo deve rimanere al centro di una strategia coerente fatta di registrazioni nei Paesi target, controllo delle piattaforme digitali, contratti di distribuzione ben scritti e comunicazione chiara sull'origine e sulla filiera.
Il filo che collega il Registro alla politica industriale in senso stretto, d'altra parte, si è irrobustito progressivamente negli ultimi anni fino a diventare un elemento che nessuna impresa storica può permettersi di ignorare. La Legge n. 206 del 27 dicembre 2023, la cosiddetta Legge Made in Italy, ha previsto misure specifiche per i marchi di particolare interesse e valenza nazionale distinguendo due ipotesi.
La prima riguarda l’impresa che intenda cessare definitivamente l’attività di produzione relativa a un marchio registrato o usato continuativamente da almeno cinquant’anni: in questo caso, il progetto di cessazione deve essere notificato al Ministero con almeno sei mesi di anticipo e il MIMIT può manifestare l’interesse a subentrare gratuitamente nella titolarità del marchio, a condizione che il segno non sia stato, o non sarà, oggetto di cessione a titolo oneroso entro la data di cessazione dell’attività.
La seconda riguarda invece i marchi per i quali si presume il non utilizzo da almeno cinque anni, rispetto ai quali il Ministero può attivare la procedura di decadenza davanti all’UIBM e, solo dopo l’accertamento della decadenza, depositare una domanda di registrazione a proprio nome per poi concederne l’uso in licenza gratuita secondo le condizioni previste.
Il decreto ministeriale del 3 luglio 2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 27 agosto, ha definito criteri e modalità di queste procedure con l’obiettivo di evitare che segni di particolare interesse nazionale vadano dispersi senza una valutazione sulle possibili ricadute industriali e occupazionali. Questo meccanismo tocca un nervo scoperto dell’industria italiana perché, quando un marchio storico sparisce dal mercato, non scompare soltanto un nome ma rischiano d’indebolirsi insieme ad esso rapporti consolidati con i fornitori, competenze locali maturate in decenni e una riconoscibilità commerciale costruita generazione dopo generazione la cui ricostruzione, una volta interrotta, può richiedere tempi lunghi, investimenti rilevanti e risultati tutt’altro che scontati.
In aggiunta agli strumenti sopra menzionati si affianca il Fondo Salvaguardia Imprese, gestito da Invitalia, il quale può acquisire partecipazioni di minoranza nel capitale di rischio delle imprese in difficoltà economico-finanziaria, comprese quelle titolari di Marchi storici di interesse nazionale con un numero di dipendenti superiore a venti, a condizione che presentino un piano di ristrutturazione credibile. L’intervento avviene secondo le condizioni previste dalla disciplina del Fondo, di norma in presenza di investitori privati indipendenti, soci storici o contributi propri dell’impresa, ed entro il limite massimo di 30 milioni di euro di intervento complessivo per singola operazione o programma di ristrutturazione.
Dopo la Legge annuale sulle piccole e medie imprese, il collegamento tra Fondo e marchi storici risulta ancora più stretto perché la destinazione dello strumento è stata precisata sia in relazione alle operazioni di salvataggio e ristrutturazione di imprese titolari di marchi storici iscritti nell’apposito registro, sia rispetto alle operazioni di acquisizione di imprese in difficoltà da parte di imprese titolari di marchi storici di interesse nazionale operanti in un settore omogeneo.
Si tratta di un segnale importante perché colloca la titolarità di un marchio storico fuori dalla sola dimensione comunicativa e la avvicina sempre più alle valutazioni sul valore aziendale, sulla continuità produttiva, sulle crisi d’impresa e sui progetti di rilancio.
L'intreccio tra marchi storici, strumenti finanziari pubblici e politica del Made in Italy, ridefinisce il perimetro della consulenza: un professionista in proprietà industriale chiamato ad assistere un'impresa storica non può più limitarsi a controllare il certificato di registrazione e la scadenza del prossimo rinnovo, deve invece saper ricostruire la catena completa dei titoli, verificare l'uso effettivo del segno, mappare le licenze attive, valutare la copertura territoriale rispetto ai mercati reali e determinare se la storia dichiarata è in grado di reggere a un esame approfondito.
Quello che il Registro dei Marchi storici mette in evidenza, in fondo, è qualcosa che molti imprenditori italiani sentono da sempre ma raramente articolano con chiarezza: una parte significativa della nostra industria non vende soltanto beni ma relazioni di fiducia accumulate nel tempo, e queste relazioni hanno un valore economico reale che merita di essere protetto, gestito e fatto fruttare con la stessa serietà che si riserva agli impianti produttivi o ai brevetti tecnologici.
Se la tua impresa ha una storia che merita di essere protetta e valorizzata, Innova&Partners può aiutarti a farlo: affianchiamo le aziende italiane in ogni fase della gestione della proprietà industriale, dalla verifica dello stato del portafoglio marchi, all’estensione della tutela all’estero tramite marchi UE, depositi nazionali o registrazioni internazionali. Dalla preparazione della documentazione per il Registro dei Marchi storici, fino alla definizione di una strategia coerente con i mercati di riferimento.
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Data
21/05/2026Categoria
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